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Singolarità Nude
"buona la prima"

 

                       

 

                                                                                 ROBERTO SALVAGGI           FABIO SIRAVO

 

        Le “Singolarità Nude” sono due ROBERTO e  FABIO. ROBERTO scrive le canzoni e le suona, FABIO le canta. Il nome del gruppo si presta a svariate interpretazioni.  In realtà si riferisce ad un corpo astrofisico le “Singolarità Nude” che possiamo definire come dei “buchi neri” privi dell’orizzonte degli eventi;in pratica dei “buchi neri” che si vedono. Il duo, che qui esordisce, propone un prodotto dal sapore artigianale, sintesi della sua esperienza artistica ed esistenziale;ed il titolo “buona la prima” esprime anche in maniera provocatoria, il contrasto fra il carattere “local”, “hand made”, ed il  contesto industriale e di mercato al quale la “compilation” si propone.  Dal punto di vista musicale, coerentemente con i gusti dell’autore, si è ricercata o meglio manifestata una certa varietà di stili e influenze.  Dal rock alla ballata struggente,dal pop al brano in dialetto in romanesco (più precisamente borgataro), da atmosfere evocative a impennate heavy metal, il tutto attraversato, come dicono, da una vena blues. Il piano musicale è eccezionalmente coerente con i testi, creativo, divertente. Esso esprime, come in una seconda articolazione, i ritmi, l’interiorità, i tempi delle emozioni,  il colore ed il tono dei contenuti. Per quello che riguarda i testi, di rilevanza certo non secondaria, si rimanda a: 

                                                                                               

                                                                 Interpretazione Strutturalista e del profondo

 

L’opera, pur nella sua complessità e varietà tematica e stilistica, individua un genere che si potrebbe definire “tecno-romantico” di concezione nuova e di sicuro futuro.

Il cantante rievoca momenti della sua vita (virtuale, più che reale?) e il testo risulta sempre fortemente autoreferenziale, impossibile, dunque, farlo astratto dai riferimenti biografici, numerosi, generosamente offerti all’ascoltatore. In primo luogo, si può dire, è proposta una rosa di molteplici immagini femminili: dalla più romantica e fanciullesca “farfalla” a quella più disperata e cruda della “iena”. E’ vero che nei momenti di maggiore disperazione ricompare addirittura la Madonna di sempre, ma in mezzo si pone una quantità di tipi: l’americana, la virtuale figlia dei fiori, la cliente e l’amica della cliente, …e così via che l’autore visita o ha visitato in passato, sempre con grande impegno, professionale e non.  L’uso frequente della rima riporta il genere di questo musicista ad una ben consolidata tradizione poetica e la distribuzione dei termini mettono in evidenza il carattere universale e al di là del tempo, del momento lirico, accanto a quello limitato e limitante della noiosa quotidianità (“mo me l’hai rotte” “mi rompo” “ma quanto rompi” …) espressa nei termini della tradizione dialettale o locale.  Non secondario è il ricorrente richiamo alla cultura americana, in qualche modo dominante:  “americana tu sei”  “…Come on, come on…”  “… Yeah …”  “…A beautiful day” che allarga l’orizzonte e fa da contrappunto “global” proprio a quella dimensione “local” di cui si diceva sopra, il tutto in perfetta coerenza con il carattere rock della composizione.

Il momento della sublimazione amorosa è ben espresso da autentiche e sentite modalità dolcestilnovistiche, secondo cui la figura femminile appare angelicata, “Ianua coeli”… Ma ecco precipitare lo spirito, quasi disincantato nell’estasi amorosa, nella dura realtà quotidiana della fatica, del lavoro, per cui la figura femminile discende via via dall’alto dei cieli sino a questa dimensione metropolitana, storicamente determinata, concreta ed incarnata espressa dalla “grande fica”.  Qui il termine di passaggio è proprio quella dimensione animale, selvatica, naturale e senza connotati storici, alla quale si faceva sopra riferimento.  Dal punto di vista più strettamente soggettivo, l’opera individua una serie di rapporti possibili con la figura femminile. Anzi parrebbe quasi mettere in evidenza la difficoltà di giocare un ruolo così centrale da parte del maschio cantautore circondato com’è da tale pluralità di elementi-femmina.  E’ chiaro che, sebbene qui vengano come snocciolati una serie di archetipi, in verità ciascuno di essi fa capo alla coscienza e al profondo inconscio della figura centrale, maschile, sola, intorno alla quale tutto è disposto come a raggiera, in modo equidistante. Certo, alcuni di questi archetipi si affaccia come un incubo e sembra provenire da regioni profonde e lontane (la iena), ma altre paiono emergere da una prima tenera età di fanciullo. Egli, tuttavia, come un sole al centro di un sistema le gestisce tutte, senza sbagliare.Le figure non si accavallano, restano ben distinte nei luoghi e nei tempi, non si incontrano mai. O almeno così egli crede. E mentre nell’uomo comune tale pluralità potrebbe indurre un timore, all’artista no: poiché egli immagina di dominarle senza esserne dominato.  Altre possibilità di interpretazione, compatibile analiticamente con quella che precede, è che si tratti fondamentalmente sempre della stessa donna, la cui immagine appare, tuttavia, moltiplicata come nei frammenti di uno specchio infranto.  In ogni caso l’immagine femminile viene proposta come punto tramite:  in “TU SEI IL MIO BLUES” tutto accende e tutto muove   già in “L’INEVITABILE FOLLIA” l’amore è detto e negato contemporaneamente (“amore, …cuore, …no no no”). In “RIVIVERE” è invocata e respinta come per una speranza ritenuta troppo difficile da realizzare.  In “STASERA 1982” l’assenza dell’amata è la necessaria condizione affinché si esplichi quell’eros che tutto muove, dai sensi alla conoscenza delle cose ultime, e crea la tensione necessaria.  Nella bellissima “CON TE” essa è proprio mescolanza di essere e non essere, fuggita via e tuttora, ma nel ricordo, onnipresente.  In “MONITOR” essa è puramente virtuale, lontana dal gioco di questo mondo;  in “GIRATI ” e “MUOVITI” ormai la prosa ha vinto sulla poesia e vi è la rinuncia dichiarata alla esperienza del sublime.  Estremamente attuali i riferimenti alla arida realtà della tecnologia: chat e telefonino, simbolo di invadenza spazio-temporale. Il tempo appare argomento centrale: dalla assenza di temporalità al tempo della musica in primo luogo, a quello della vita, del lavoro e del dopo lavoro.  Infine viene proposta un’inversione di direzione della freccia del tempo con un immaginario salto nel passato “UNA VITA A METÀ”.

L’autore, ripensando a momenti, a incontri, a illusioni, confronta se stesso con quello che sarebbe voluto diventare, in questo suo viaggio, pericolosamente  solo e sull’orlo del precipizio della “Singolarità nuda”, luogo-evento imprevedibile, irripetibile, non conosciuto.  Che poi l’espressione “singolarità nuda” sia offerta anche ad altre interpretazioni è evidente e fa comprendere quanto i due lobi cerebrali del compositore siano in realtà in equilibrio più di quanto si creda, tra produzione artistica e attività logica.  Un testo fa eccezione per il suo carattere metafisico che ci trasporta dolcemente in questo mondo de “I NUMERI”, che solo l’autore vede e in qualche modo offre, dà.  Qui il tono della voce, inizialmente flautato,evoca precise ascendenze pitagoriche,o cabalistiche, al massimo ermetiche, che rilevano profonda cultura. Così alla fisicità del canto si associa questo piano rarefatto, superiore, quasi spirituale, dei numeri che governano la nostra esistenza, stando fra noi e dentro.

Tanto più determinanti se giocati, in tutti i modi possibili.  “Così fece Keplero quando spiegò la disposizione del sistema solare con le leggi dell’armonia musicale…”. “E’ forse il sentimento di questa verità che diede origine alle misteriose analogie dei Pitagorici; Keplero ne fu sedotto… Persuaso che le distanze medie dei pianeti dal Sole dovevano essere regolate conformemente con quelle analogie, egli le comparò per lungo tempo sia ai corpi regolari della geometria, sia agli intervalli dei suoni… essendogli venuto il pensiero di compararle alle potenze dei numeri…”.(1)

Per concludere possiamo affermare che, senza togliere nulla al profondo romanticismo dell’autore, egli sembra avere la testa fra le nuvole o fra le stelle, la musica nel cuore, anche se i piedi per terra.

Buona la prima

 

(1) Laplace, Compendio di storia dell’astronomia.

 

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